Il respiro nella musica

Come diventare artista della vita

Il respiro nella musica

“Ci parlo perché tra tutti gli strumenti è quello che produce il suono più simile alla voce umana: può essere tutto, dal basso al soprano; ed è grande, lo posso abbracciare: un vero compagno” ha detto il violoncellista olandese Quirine Viersen.

Il violoncello è uno degli strumenti musicali con la più vasta estensione. In particolare, quando raggiunge la terza ottava (la quarta sul pianoforte, per darvi un’idea), suonando sulla corda del La, il violoncello imita la voce di un cantante; molti grandissimi violoncellisti raccontano in effetti come in alcuni concerti, sonate, e musica per violoncello, emerga questa spettacolare particolarità. Si può dire che il violoncello ‘canta’.

Sarà per questo che Misha Maisky, uno dei più grandi violoncellisti di tutte le galassie, nel suo attuale tour di concerti insieme alla figlia pianista Lily, ha scelto di eseguire come bis appunto un’aria d’opera dal Flauto Magico di W. A. Mozart: quella soffice e delicatissima di Pamina “Ach, ich fühl’s”. Scelta che ha provocato una standing ovation di tutta la sala. Un’aria d’opera, un canto quindi.

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I grandi insegnanti di strumento suggeriscono ai loro allievi di andare ad ascoltare lezioni di canto per sentire e fare loro il ‘respiro’. Sì, anche negli strumentisti. Senza respiro non può esserci Arte. Non si può cantare in apnea, non si può suonare, non si può recitare. Non si può vivere in apnea, che è sostanzialmente ‘bloccare’ il respiro quindi il flusso vitale.

Maisky (da dio quale è) fa proprio questo concetto al punto da essere arrivato a liberare se stesso da qualsiasi ‘costrizione’ durante l’esecuzione, vestendo la morbidezza di abiti creati per lui da uno stilista giapponese, che permettono il gesto fluido del braccio. Come ha risposto a chi gli chiedeva perché ha sempre evitato i completi classici: “Il fatto è che al centro dei concerti ci deve essere la musica, il resto non conta. I vestiti devono avere una sola caratteristica: la comodità. Alcuni li ho disegnati io stesso, altri uno stilista giapponese, perché fossero più pratici possibile. E poi sono allergico alle uniformi e non capisco perché i musicisti debbano indossarle. Questo atteggiamento generalizzato, purtroppo, contribuisce a rendere compassata l’immagine della musica classica e inevitabilmente allontana il pubblico giovane. Ovviamente, non l’ho mai fatto con questo scopo, ma se il mio abbigliamento avvicina i giovani al nostro mondo, allora viva la stravaganza”.

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Respiriamo mentre lo ascoltiamo suonare lo struggente Vocalise, scritto da Rachmaninoff per il soprano Antonina Nezhdanova perché fosse appunto cantato. Respiriamo.

Laura De Santis

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