Quando Morbidezza e Potenza si abbracciano

Quando Morbidezza e Potenza si abbracciano

Gestire cose grandi è sempre un’impresa. Stesso dicasi delle voci. Modulare voci di una certa portata è impresa ardua. Ma la tecnica è nata appositamente perché si potessero guidare anche giganti sonori.

D’altra parte, come io amo ripetere, la potenza non è aggressività, la morbidezza non è mollezza. Ed è una metafora della vita, dovremmo tenerlo sempre presente.

Corelli, di cui venerdì è stato il compleanno, è certamente appartenente a questa categoria di pesi massimi vocali. Voce di tenore di amplissima estensione e grandioso volume, ha regalato alla storia dell’Opera suoni in mezza voce e pianissimi che resteranno per sempre impressi. I pianissimo sono determinati da un sostegno tecnico a livello diaframmatico pari, se non maggiore, delle note piene. E pur considerando la differenza con un ascolto dal vivo, possiamo bearcene in meravigliose registrazioni che le testimoniano.

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Franco Corelli era nato ad Ancona in una famiglia di appassionati d’opera e infatti entrambi i genitori cantavano in maniera amatoriale. Intorno ai venti anni, iniziò a frequentare un circolo culturale dove iniziò a pensare seriamente di poter fare carriera come cantante. Disse lo stesso Corelli: “Ho cominciato a cantare per gioco. Con un amico ascoltavo dischi e cantavo per ore e ore, e fu così che mi innamorai del canto“.

Fu così che partì la sua carriera sfolgorante.

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Una delle mie storiche insegnanti, Mirella Parutto, che ha lavorato con Corelli in persona e di cui vi propongo un duetto che vuole essere un mio personale omaggio per quanto mi ha trasmesso, mi ha raccontato un episodio che potrebbe darvi un’idea della potenza di questa voce tenorile.

La signora Parutto, infatti, ebbe modo di ascoltare in Scala le prove di Turandot di Puccini, in cui Corelli era Calaf e la sublime Birgit Nilsson interpretava Turandot (l’equivalente femminile della voce di Corelli, potente e morbida allo stesso tempo; vi parlerò anche di lei!!!). La signora era lì perché impegnata in recite de Il Trovatore di Verdi ed ebbe, quindi, modo nelle pause di assistere a queste prove.

Il legno della Scala tremò letteralmente per le vibrazioni delle voci nel finale del duetto, strepitoso, che vi propongo ora. L’assorbimento del suono, che di solito viene effettuato dal velluto e dal pubblico, in questo episodio mancava perché trattandosi di prove il teatro era pressoché vuoto. Da qui il vacillare letterale del legno, che costituisce parte di ogni teatro, e che tremò per la potenza sovrumana di queste due voci stratosferiche.

Laura De Santis

 

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