Essere “Nessuno” o “Qualcuno”? Reagire ad una richiesta d’aiuto

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Essere “Nessuno” o “Qualcuno”? Reagire ad una richiesta d’aiuto

“Non volevo essere coinvolto” disse uno dei testimoni dell’assassinio di Kitty Genovese nel 1964.  Le circostanze del suo assassinio e l’apparente (non) reazione dei vicini emersero in un articolo pubblicato solo due settimane dopo l’omicidio e resero questa tragedia un esempio dell’insensibilità e dell’inerzia di fronte situazioni di emergenza.

 Il 13 Marzo 1964 alle 3.15 di notte, una donna di nome Catherine Susan Genovese viene aggredita e presa a coltellate da un uomo praticamente di fronte a casa sua. Le urla fecero affacciare alle finestre una dozzina di persone, le quali pur vedendo la scena fecero ben poco. Talmente poco che l’aggressore poté tornare indietro e finire la vittima e solo alla fine vennero allertate le forze dell’ordine e l’ambulanza.

Oggi sappiamo che la vicenda di Kitty Genovese avvenne in circostanze e dinamiche più complesse di quanto fu riportato allora. (Per leggere la storia completa di Kitty Genovese)

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Tuttavia da questo triste evento nacque un filone di ricerca sui comportamenti degli individui in gruppo quando si trovano in situazioni di emergenza. I pionieri di questo studio di psicologia sociale noto come “effetto spettatore“-  detto anche “apatia dello spettatore” o “effetto testimone”-  furono Latanè e Darley.

Con il termine “effetto spettatore” si intende il fenomeno per cui un individuo non presta soccorso o aiuto alla vittima quando sono presenti altre persone. Questo fenomeno è influenzato da alcune variabili.

Per intervenire l’individuo deve per prima cosa riconoscere la situazione di emergenza. In seguito valuta la reazione degli altri presenti sulla scena e registra il loro comportamento: se gli altri non reagiscono, lo spettatore a sua volta non interverrà reinterpretando la situazione come una non-emergenza (ignoranza pluralistica).

Da questo fenomeno si può adesso comprendere come la probabilità di offrire soccorso in caso di emergenza è inversamente proporzionale al numero di persone presenti al momento del fatto. La responsabilità di un qualsiasi evento viene distribuita infatti su tutti i componenti del gruppo, facendo sentire meno colpevole ogni singolo individuo (diffusione di responsabilità), suggerendo che. nel caso di un’emergenza, quando le persone credono che ci siano altre persone intorno sono meno propense o più lente ad aiutare una vittima, perché credono che qualcun altro se ne prenderà la responsabilità.

Dagli esperimenti è emerso anche che in circostanze di grave pericolo la probabilità di offrire soccorso diventa simile sia nel caso in cui lo spettatore sia solo o in gruppo.

La domanda sociale che l’individuo sembra porsi di fronte una richiesta d’aiuto  è: “quanto mi sento responsabile di ciò che sta accadendo?”, e dunque, “quanto una mia mancata azione può essere determinante?”

Con il termine coesione sociale si intende la qualità della relazione tra due o più individui; anch’essa è una variabile importante nell’ influenzare la probabilità che un individuo offra soccorso. Quando infatti ci si ritrova in un gruppo coeso – e si sente di farne parte- la reazione di aiuto alla vittima è più veloce rispetto a quella di un gruppo poco coeso.

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Ora, è difficile trarre da questi esperimenti delle leggi universali che spieghino come mai in casi di emergenza -quando vediamo un litigio o siamo testimoni di violenza- non interveniamo. Le cause possono essere molteplici: ci riteniamo poco preparati a fornire una risposta adeguata oppure osservando le non-reazioni degli altri presenti sulla scena giudichiamo quella situazione non pericolosa o, ancora, “non vogliamo rimanere coinvolti” in una situazione pericolosa.

Tante sono le interpretazioni cognitive che possono portare all’inerzia: la maggior parte di queste scorciatoie cognitive istintive strutturate nel tempo perchè funzionali alla sopravvivenza.  Ciò che possiamo fare è “educare” il nostro istinto e incrementare la nostra sensibilità al contesto. Anche questa è resilienza.

Come? Iniziando da questo esercizio.

“Qualcuno dovrebbe aiutarlo/a.”

“Qualcuno dovrebbe chiamare il 118!”

“Qualcuno saprà cosa fare…”

“Qualcuno dovrebbe accertarsi che sta bene.”

“Io sono Qualcuno”

 

Alessandra Notaro


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Riferimenti bibliografici e sitografici

James M. Hudson e Amy S. Bruckman, The Bystander Effect: A Lens for Understanding Patterns of Participation, in Journal of the Learning Sciences, vol. 13, nº 2, 2004, pp. 165–195.

G. K. Rutkowski, C. L. Gruder e D. Romer, Group cohesiveness, social norms, and bystander intervention, in Journal of Personality and Social Psychology, vol. 44, nº 3, 1983, pp. 545–552.

Www.newyorker.com/magazine/2014/03/10/a-call-for-help

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