Racconti di strada – Il coltivatore di parole gentili

Come diventare artista della vita

Racconti di strada – Il coltivatore di parole gentili

Cosa sono i racconti di strada? Sono brevi attimi di vita metropolitana carpiti con uno sguardo lanciato un po’ più in là della schermata dell’Iphone; storie vere inventate a partire da un sorriso o una risata; visioni improvvise che illuminano le mie giornate piene di autobus, metro e lunghe camminate a piedi.

L‘estate romana è una strana esperienza che chi non ha vissuto può difficilmente riuscire a comprendere. La città viene inondata da una lentezza ineluttabile e gli ingranaggi che la gestiscono sembrano incepparsi 100 volte in più rispetto a quello che già accade nel resto dell’anno. L’asfalto inizia a sciogliersi sotto le suole dei malcapitati che si azzardano a voler continuare le loro attività e i mezzi si riempiono di turisti spiazzati davanti a fermate soppresse all’ultimo minuto e alle bellezze che popolano questa città.

Il caldo fa da padrone e gestisce tutte le decisioni di chi si trascina di giorno in giorno in attesa del weekend che, nella sua mente, il lunedì è una spiaggia dorata con l’acqua limpida  mentre il venerdì assume le terrificanti sembianze di una coda eterna sulla Cristoforo Colombo.

Ed è proprio nel tentativo di sopravvivere alle temperature asfissianti che invadono le strade come un gas nervino che, un giorno sì e l’altro pure, mi azzardo a uscire di casa per procacciarmi la mia scorta di vitamine e sali minerali. In questo caso la mia unica meta è l’egiziano.

L’egiziano è un bell’uomo e ha sempre quello che cerco: questo perché è il proprietario del “frutta e verdura” più fornito della zona.

Basta entrare nel suo negozio per riaversi dalle torture del caldo: da un lato ci sono tutte le verdure di stagione messe in bell’ordine le une accanto alle altre, dall’altro la frutta estiva che stranamente ha ancora tutti i bitorzoli pretrattamento estetico e un sapore forte e deciso per ogni varietà. Per intenderci: a quanto pare  tra il sapore di una pesca bivona, una pesca tabacchiera e una noce pesca passano galassie di papille gustative diverse.

E credo sia questo uno dei motivi per cui il negozio è sempre pieno di gente. L’altro è che l’egiziano ha una parola gentile per ogni cliente che varca la porta ed è capace di rifare il conto più volte  se si accorge di aver digitato un prezzo troppo alto per quello che hai preso.

Si ricorda i nomi, i volti, i gusti e i parenti di tutti quelli che hanno comprato anche solo un limone da lui.

“Come sta il signor Pino? Oggi Max non è con lei? Quanto è elegante, Gabriella! Sta benissimo oggi! La vuole un po’ di anguria, gliela faccio tagliare? Prendi questo basilico, è per la tua amica a cui piace tanto”.

Così con una parola gentile, una risata e un sorriso al momento giusto coltiva, insieme alla frutta,  anche la sua clientela che, superati tutti i pregiudizi di cui non possiamo far finta che gli italiani non siano vittime, lo tratta come uno  nato e cresciuto nel quartiere. Ma l’egiziano non è nato in questo quartiere, non è neanche nato in Italia da genitori emigrati: lui viene da un piccolo paesino dell’Egitto dal nome per me così impronunciabile da non riuscire neanche a trascriverlo per cercarlo su Google Maps.

Ne abbiamo parlato per caso un giorno in cui mi sono presentata alla cassa con un enorme anguria da riporre il prima possibile nel frigo di casa. Mentre attendevo il mio resto, mi sventolavo con la mano sbuffando per il caldo e lui ha trovato giusto dire che alla fine non era tanto il caldo a essere impossibile ma piuttosto l’umidità che ti si attacca senza darti tregua.

“Da noi fa molto più caldo, ma il clima è secco”.

“Beh, sì… anche giù da noi c’è meno umidità e si sta meglio” mi sono azzardata a rispondere memore dei 40 gradi di alcune delle mie estati in Sicilia.

“Perché? Di dove sei? Sei Siciliana?”

“Sì”.

“Ah ecco!!! Voi siciliani sembrate un po’ arabi…ci somigliate” e vedendo il mio sguardo stupito si è affrettato, come per scusarsi, ad aggiungere”più o meno…”

“Sì, più o meno… siamo lì…” ho sorriso io, afferrando l’anguria e uscendo dal negozio.

Ed effettivamente non potevo dargli torto: nata e cresciuta in una città dove le strade hanno nomi arabi, come potrei negare una somiglianza con chi ha vissuto nella mia terra molto prima che io mettessi piede nel mondo?

Per le recriminazioni del terrore c’è, purtroppo, sempre tempo e spazio ma la complessità dell’essere umano deve consentirci di dare spazio anche a chi coltiva parole gentili.

L.T.

 

 

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